Empatia e social network togethere blog

Tutti i più grandi filosofi e moltissime culture sia orientali che occidentali, ne parlano da sempre, dalla notte dei tempi e, in vari modi, hanno provato a definire l’empatia.

Pensiamo al grande Platone, pensatore e intellettuale greco che tra il V e il IV secolo a.C. disse:

Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla. Sii gentile. Sempre.

Oppure pensiamo alle parole di Lucio Anneo Seneca, (I sec. a.C.- I sec. d.C.) che sosteneva: «Nessuno può vivere felicemente curandosi soltanto di se stesso».

L’empatia, da sempre, è considerata un passaggio chiave per la realizzazione spirituale, in quasi tutte le tradizioni e pratiche religiose: basti pensare alla Bibbia o agli scritti della tradizione orientale.

«Se vuoi che gli altri siano felici, pratica la compassione. Se vuoi essere felice tu, pratica la compassione» ha detto Sua Santità il Dalai Lama.

Fino ad arrivare al genio modernissimo di Albert Einstein che sosteneva: «Solo una vita vissuta per gli altri è una vita che vale la pena di vivere».

Anche da un punto di vista scientifico, sembra, siamo molto predisposti in questo senso a cercare di entrare in connessione con gli altri, a tal punto che, numerosi studi, tra i quali uno molto importante degli scienziati della UCLA (Università della California e Los Angeles), dimostrano che l’empatia è un modo naturale per “stare bene” riducendo il rischio di stati infiammatori o di malattie come diabete e cancro.

Ecco cosa approfondirai in questo articolo:

  • Cos’è l’empatia
  • 6 consigli per allenarla
  • L’empatia sui social network

Che cos’è l’empatia?

L’empatia è prima di tutto un’ abilità, profondamente umana, che permette potenzialmente a ognuno di noi di capire lo stato d’animo delle persone con le quali abbiamo interazione.

È quella capacità tramite la quale le persone riescono a percepire i cambiamenti dell’umore o degli stati d’animo altrui e grazie alla quale possono essere dalla parte dell’altro partendo dall’osservazione e dall’ascolto; in questo modo si realizza una sorta di “sintonia emotiva” nei suoi confronti.

Già Daniel Goleman, il padre della moderna Intelligenza Emotiva, autore della famosissima e omonima opera, la presenta come una delle competenze fondamentali per l’uomo, distinguendola tra cognitiva ed emotiva.

Goleman definisce empatia cognitiva l’abilità che «ci permette di assumere il punto di vista di un’altra persona, di comprendere il suo stato mentale e di provare a gestire le nostre emozioni mentre consideriamo le sue».

L’empatia cognitiva fa sì che possiamo comprendere il punto di vista di un’altra persona, il suo modo di vedere le cose e di pensare. Vedere la realtà con gli occhi degli altri ci aiuta a pensare come gli altri e a sintonizzarci più facilmente con loro.

Questo tipo di empatia manifesta la propria attività all’interno della neo corteccia, la zona del nostro cervello ampiamente deputata alla consapevolezza e alla razionalità.

L’empatia emotiva, invece, è la capacità di provare ciò che altre persone provano: il nostro corpo può entrare in sintonia con lo stato d’animo degli altri, che sia positivo o negativo.

L’empatia emotiva è una facoltà ancorata nel lontano passato dell’evoluzione umana: è ormai dimostrato che condividiamo questo circuito neurale con altri mammiferi che sono molto attenti ai segnali emanati dai loro piccoli.

L’empatia emotiva opera nella parte più antica del nostro cervello e la gran parte delle reti neurali coinvolte si trovano sotto la neocorteccia.

Da un punto di vista biologico l’empatia trova le sue ragioni nella socialità dell’essere umano, nella sua strategia di evoluzione e di sopravvivenza, come se fossimo stati programmati per sintonizzarci con tutti i nostri simili, per creare connessioni e relazioni, identificandoci con chi sta attorno a noi.

Empatia e social network socialità

Chi ha sviluppato una buona capacità empatica riesce a comprendere più facilmente lo stato d’animo di una persona e a immedesimarsi in essa, ascoltandola, concedendo presenza ed eventuale possibilità di supporto.

Nell’ambito propriamente sociale l’empatia non si basa su concetti di antipatia o simpatia, l’utilizzo di questa competenza è al di sopra di ogni sistema valutativo o di giudizio.

Fa riflettere il fatto che, molto spesso, riusciamo ad essere empatici pur non conoscendo affatto una persona!
Empatia quindi, non deve essere intesa come sinonimo di “simpatia”, nel senso greco del termine, cioè “sentire e partecipare” in prima persona.

Di solito un “sentire con piena partecipazione” avviene a un livello di coinvolgimento maggiore e anche di maggiore legame confidenziale.

L’empatia deve permettere di sentire l’altro ma sempre con la consapevolezza piena che ciò che l’altro prova è un’emozione che non ci appartiene, che apre comunque le possibilità a una nuova esperienza che coinvolge due soggetti, comprendendo razionalmente che non è una nostra emozione ma accogliendo il dolore o la gioia altrui, pur mantenendo la distinzione, senza immedesimarsi.

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I 6 consigli di Daniel Goleman per allenarla

Essere empatici con chi vogliamo bene può essere molto semplice, ma lavorarci su oltre la cerchia delle nostre conoscenze richiede sensibilità e voglia di mettersi in gioco.

Molto dipende dalla tua capacità di connessione con gli altri e dal legame che riesci a stabilire con loro, per riconoscere quello che essi pensano e sentono.

Daniel Goleman ci porge alcuni suggerimenti utili per lavorare sul nostro livello di empatia:

1. Comprendi le tue stesse emozioni

Per migliorare l’empatia, è fondamentale iniziare a farlo con noi stessi, migliorando la nostra auto-consapevolezza.

Più riusciamo ad ascoltarci e più saremo in grado di comprendere i sentimenti degli altri. Facciamo molta attenzione al nostro stato emotivo, notando le nostre emozioni positive e negative.

2. Interagisci anche con persone che non ti somigliano caratterialmente

Il confronto, il dialogo, il rapporto, la mediazione e la negoziazione, anche con persone completamente diverse da noi, sono sempre un mezzo per migliorare il nostro allenamento empatico.

Più tipi di persone arriverai a conoscere, più esperienze avrai, più vedrai le cose sotto una prospettiva diversa.

3. Chiedi alle persone di parlare dei loro sentimenti

Per migliorare l’empatia, a volte, è preferibile chiedere alle persone cosa pensano e cosa sentono (veramente).

Spesso pensi di saperlo o di aver capito, ma le ipotesi possono dare luogo a incomprensioni e pericolosi pregiudizi. Invece sarebbe meglio, come diceva il grande Marshall Rosenberg, che imparassimo a parlare di sentimenti ed emozioni, nominandoli con precisione.

4. Ascolta di più e parla di meno

Il modo più efficace e forse più sicuro per sapere quello che gli altri pensano e sentono, è quello di ascoltarli con attenzione quando parlano. Le persone si sentono più comprese quando è concesso loro uno spazio per affermare la loro opinione o posizione. Se parliamo noi non parlano loro. È per questo motivo che parlando di meno, è possibile migliorare notevolmente la nostra capacità empatica.

5. Evitiamo i consigli o le paternali quando non richieste

Spesso crediamo che essere empatici voglia dire risolvere qualche problema al posto degli altri. Molto spesso non è affatto così.

Resisti alla tentazione di risolvere i problemi di cui le persone ti parlano o che ti rivelano. Quando si dà loro un consiglio, il risultato che ne abbiamo è quello di sminuire i loro stati d’animo.
Di solito, un buon livello di empatia, si raggiunge già semplicemente ascoltando con presenza le loro preoccupazioni.

6. Concedi attenzione autentica

Prendi a cuore gli altri in modo autentico. Se non lo fai genuinamente, le persone se ne accorgono. L’empatia non può essere artefatta o finta, altrimenti è mera convenzione sociale e gli altri se ne accorgono.
Se manipoli le persone esse, comunemente, alla fine, se ne accorgono, ad esempio attraverso il linguaggio del corpo o le sfumature della voce. Conseguenze? Sempre meno credibilità ai loro occhi.

Empatia e social network Daniel Goleman

L’empatia sui social network

Dagli studi e dalle definizioni che sono state prodotte nel tempo, il concetto di empatia sembra essere fortemente legato alla presenza fisica. E in gran parte lo è.

Quando si cerca di trasferirlo negli ambienti digitali, così tanto affollati e frequentati da tutti noi, l’esperimento diciamo che non viene neppure preso in considerazione.

Quante volte abbiamo sentito espressioni come: “I Social network sono dei luoghi aridi”;
“in Rete non è possibile coinvolgere emotivamente, lì l’empatia non esiste”; “Internet sta distruggendo le emozioni, è un luogo di violenza”.

E altre frasi simili che rispecchiano altrettante convinzioni negative sul rapporto tra il web e le emozioni.

Ma è davvero così? Sempre?

Certo l’empatia e le emozioni in rete trovano la mediazione di un dispositivo, di uno schermo, ed è molto più complicato intercettarle ed esprimerle. Questo è vero, ma non vuol dire che non ci siano o che non vengano espresse.

Diciamo che in fase di “codifica” e di “decodifica”, in entrata e in uscita, le emozioni e le competenze empatiche presentano più errori di lettura. Ma internet è un luogo dove vengono riversate moltissime emozioni, spesso di grande valore e importanza, solo che siamo spinti a non considerarle reali perché ci sembrano lontane, nel tempo e nello spazio.

Pensiamo solamente agli “stati d’animo” che spesso mettiamo e condividiamo con gli altri, del tipo “triste”, “adorabile”, “pieno di gioia”, “è a pezzi”.

Non sono espressioni di emozioni queste? Se sono state espresse, certamente degli esseri umani si sono presi del tempo e dei momenti per farlo.

Anche se manca il contatto visivo e uditivo, c’è una condizione essenziale che emerge sempre di più con gli studi sui comportamenti nei Social Network: molte persone si sentono libere di esprimere  il proprio stato d’animo, grazie anche alla protezione dello schermo, grazie alla mediazione della distanza.

Nel web, in realtà, le emozioni sia positive che negative, esattamente come nella realtà, sono come la sabbia del mare.

Certo, è fondamentale saperle ascoltare attraverso una sorta di ascolto emozionale focalizzato negli spazi dove le persone si sentono più libere di esprimersi: basta fermarsi un attimo a leggere con più attenzione nei forum, nei post dei social, nei commenti ad un blog.

Alleniamoci ad ascoltare attivamente gli stati d’animo che le persone riversano nel web per comprenderli, perché dietro un emoticon, un’immagine, una frase o un breve video, ci sono sempre e comunque delle emozioni umane che a volte sono grida di aiuto, oppure esclamazioni di gioia, o a volte silenzi di dolore e sofferenza.

Empatia e social network stati d'animo

In realtà la rete è un “luogo” nel quale le emozioni fluiscono in modo iper-veloce e certamente diverso rispetto alla modalità “face to face”, ma questo non significa che non esistono.

Negare l’esistenza o sminuirne il valore, non annullerà queste emozioni, non ne farà delle “emozioni di serie B”.

Lo stesso vale per l’empatia che, ad esempio, possiamo mettere in atto anche “digitalmente” quando ascoltiamo attivamente i commenti dei nostri contatti o followers, creando relazioni di fiducia, di sintonia e di supporto.

Per immedesimarci empaticamente negli stati d’animo degli altri, dobbiamo anzi fare ricorso a tutte le nostre facoltà di ascolto, scegliendo con cura parole e interazioni.

È ovvio che le modalità di interazione frettolose e rapide che, invece, dominano le nostre abitudini social, non ci permettono di essere molto empatici negli ambienti digitali.

Se manca l’empatia cosa succede? (Ovvero, la profezia di Daniel Goleman)

Il quadro che viene fuori a proposito dell’empatia è molto complesso e articolato. Stiamo imparando che è una competenza profondamente umana e, proprio per questo motivo, delicata e preziosa, che solo in parte è affidata ai nostri geni e che, invece, in gran parte si migliora e si affina con l’utilizzo sul campo.

Anche se, con lo sviluppo straordinario della comunicazione digitale, l’empatia sembra essere una delle “vittime illustri”, in realtà, le criticità e le difficoltà, vanno ben oltre il semplice boom dei social network e della mediazione digitale, semmai tutto questo si aggiunge a un quadro già difficile.

Già, perché negli ultimi decenni, a prescindere dall’avvento del digitale, l’attenzione e la passione degli ambienti e degli Enti educativi e formativi proprio verso “l’universo delle emozioni” sono state davvero molto ridotte.

Come profetizzato dal Prof. Daniel Goleman nell’ edizione italiana della sua opera Intelligenza Emotiva:

Ci sono tutti i segni di un crescente malessere emozionale, soprattutto tra giovani e bambini […] la maggior parte dei minori italiani si stanno avviando verso l’età adulta con gravi carenze relative all’autocontrollo – alla capacità di gestione della collera – alla rabbia e all’empatia […] Tutto questo suggerisce urgentemente la necessità di insegnare ai bambini e alle nuove generazioni il cosiddetto “alfabeto emozionale”, le capacità interpersonali essenziali […] Queste abilità sono fondamentali proprio come quelle intellettuali, in quanto servono a riequilibrare la razionalità con la compassione […]; il rischio è quello di ritrovarsi ad avere a che fare con persone che non sapranno navigare in questi nostri tempi complessi.
Mente e cuore hanno bisogno l’una dell’altro.

Parole sconvolgenti e profetiche che sembrano scritte, ad esempio, all’inizio della pandemia, pochi mesi fa e invece sono del 1996, quando neanche internet ancora aveva preso il sopravvento nelle nostre vite.

Eppure c’era già chi, come Daniel Goleman, aveva chiara la fotografia della situazione.
La competenza dell’empatia era già soffocata e bistrattata in àmbito educativo/formativo e nei successivi 25 anni ecco come si sono “formalizzate socialmente” le conseguenze che poi stiamo osservando e soffrendo quotidianamente.

Ecco che la perdita quasi totale o parziale delle abilità empatiche può avere conseguenze importanti anche dal punto di vista della socialità; le persone saranno sempre più spinte a “non comprendere e non percepire” i sentimenti altrui.

Empatia e social network cyberbullismo

Questi soggetti non riusciranno quasi più a:

Preoccuparsi per gli altri –Non prestano attenzione a chi è altro da sé, perché sono concentrati su loro stessi.

Essere sensibili – Si mostra sempre meno interesse nel percepire e comprendere quello che accade agli altri.

Essere compassionevoli – Non si è motivati ad alleviare il dolore o la sofferenza delle altre persone. Questo fenomeno, in particolare, sembra essere esploso e aggravato negli ambienti digitali.

Credere nei sentimenti altrui – Si dubita sempre più spesso delle emozioni altrui, dunque ci si dimostra freddi e tendenzialmente distaccati dagli eventi emotivi degli altri.

Provare fiducia negli altri – Non percependo davvero i pensieri e i sentimenti altrui, le persone a corto di empatia, non riescono a gettare le basi per dei rapporti basati sulla fiducia.

Come si comprende molto bene, tali dinamiche non riguardano esclusivamente la dimensione delle relazioni in rete, anzi.

Gli inizi, o dovremmo dire le premesse, sono ampiamente sociali e il successivo impatto (ricaduta comportamentale) può avvenire sia offline che online o, piuttosto, come ormai sta accadendo, sempre più nella dimensione onlife, in quella sfera particolare delle nostre vite, nella quale c’è l’assenza di un confine netto tra reale e virtuale.

Anche nella dimensione onlife l’empatia può essere una modalità straordinariamente umana e ricca per percepire e vivere reciprocamente le emozioni.

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